Da Termini a Taormina: un viaggio di novant’anni fa

L’antica “via regia” che in tempi più recenti venne denominata “Regia Trazzera Grande di Palermo” o “via della montagna”, la quale per via interna univa Palermo a Messina, fu nel corso dei secoli una delle principali ed importanti arterie di comunicazione della Sicilia. Tale strada, partendo da Palermo, costeggiava il mare fino a Termini per poi iniziare a penetrare nelle Madonie, passando da Caltavuturo, Polizzi, Petralia e Gangi, fino a raggiungere i Nebrodi per Nicosia; da quest’ultimo centro abitato si poteva giungere rapidamente alla Piana di Catania, oppure costeggiare l’Etna, passando per Troina, Randazzo,

Francavilla, Taormina e, quindi, arrivare a Messina. Tale percorso, pur con delle lievi modifiche, venne aperto nel 1876 sotto il nome di Strada Nazionale, al quale si diede successivamente la denominazione di Strada Statale N° 120 <<dell’Etna e delle Madonie>>. In questo modo l’antica via di comunicazione venne trasformata in una strada più agevole, moderna e carrozzabile, attraverso la quale parecchi viaggiatori, anche stranieri, ebbero modo di conoscere, apprezzare e descrivere alcune delle località dell’entroterra siciliano, meno famose ma pur degne di menzione.
Uno dei tanti viaggiatori che contribuì, in tempi più recenti, a far conoscere tali luoghi, fu l’industriale milanese Luigi Vittorio Bertarelli (1859-1926), pubblicista e scrittore, il quale nel 1894 fondò il Touring Club Ciclistico Italiano, chiamato più tardi Touring Club Italiano (T.C.I.).
Egli, con la sua bicicletta, viaggiò in lungo ed in largo per l’Italia, raggiungendo finalmente la Sicilia nella primavera del 1898; le strade furono le protagoniste di questo singolare viaggio, ed ogni paese e località da lui attraversati divennero oggetto di attente osservazioni. In questo suo viaggio in Sicilia non trascurò di avventurarsi anche nell’entroterra.
Anni dopo, nel 1919, con la pubblicazione della <<Guida d’Italia del T.C.I. – Sicilia>> (corredata da 35 carte geografiche, 13 piante di città e 10 piante di edifici), si ebbe una descrizione molto dettagliata, analitica e non ripetitiva, che una guida moderna e originale ormai reclamava.
Di seguito, si riporta la descrizione, che lo stesso Bertarelli fece per il lungo tratto di strada che da Termini Imerese, parte occidentale della Sicilia, conduce a Taormina, parte orientale, le cui notizie risentono ancora di alcuni schemi

caratteristici dei viaggiatori del secolo precedente. In tale tragitto si possono evincere le diverse sfaccettature del paesaggio agrario presente in Sicilia: dal “paesaggio dell’agrumeto” o di quello dei “mosaici colturali” in prossimità dei centri abitati, al “paesaggio dei seminativi” e dei “seminativi erborati”, fino a toccare quello delle “colture arboree” ed, infine, del “vigneto”.
Dalla stazione di Termini, pertanto, si sale per una strada posta <<nella larga valle del Fiume Torto, dapprima a poca distanza dalla ferrovia, con bella vista sulle molli ondulazioni, con le quali la valle si apre al mare, in basso coperte da vaste coltivazioni di frumento, [mentre] più su elevatesi in groppe, verdi ulivi e mandorli [ed] appena lasciata la riviera marina, [cessano] i campi chiusi da muretti, gli agrumeti, i densi boschetti di piante da frutto. Si è qui entrati in pieno dominio del latifondo, nelle sconfinate distese deserte, a grani radi od a pascolo, vuote d’uomini, di vita, di strade.>>.
Dopo questo tratto di strada l’autore continua con la descrizione di alcuni piccoli centri abitati (Cerda, Aliminusa ed Alia) immersi nella tranquillità dei campi. <<Continuando a salire, il panorama si fa sempre più largo. Poco più avanti, dalla Portella di Coscio [vi è una] splendida vista a sinistra e sulla valle dell’Imera Settentrionale o Fiume Grande. Si passano poi in rivista le cime ardite, acutamente tagliate, delle Madonie: spettacolo bellissimo anche per il contrasto delle falde di aspetto meridionale, con le creste di carattere prealpino. Dalla Portella dei Frati, si comincia a [scorgere] il povero paesetto di Scillato, sopra il quale ha origine l’acquedotto di Palermo. Bellissima discesa al Ponte sul Salito [dove] si hanno di fronte le bellissime cime delle Madonie; sulla destra ad un paio di chilometri in linea retta, a grande altezza in cima ad una roccia acuta [compare] Sclàfani, m. 811, quasi più in aspetto di castello che di paese.>>.
Sclàfani alla vista del viaggiatore si presenta come un <<paese totalmente privo di risorse ma curioso: ristretto nelle vecchie mura [esso] sembra ancora

un nido d’aquila feudale. Su due spuntoni di roccia rimangono due torri: il Castello Grande ed il Castelletto. Fra di essi una robusta muraglia sbarra il passaggio, concesso da una sola porta…>>.
Proseguendo la salita si percorre <<la via preferita dagli Arabi nelle incursioni da Palermo verso l’interno [e dopo un po’ di strada] si comincia a vedere Caltavuturo, sul quale incombono le pareti a picco della Rocca di Sciara, m. 1080. Questo tratto è di grande bellezza.>>. Caltavuturo, posto a m. 635, costituito da un magnifico sfondo di montagne in lontananza, viene paragonato ad una <<torreggiante cupola rocciosa a ridosso della Rocca di Sciara, che ha dietro lo scenario di una bastionata, dalla quale emergono avanzi di muraglie e di torri della fortezza (Kalat-Abi-Thur) presa ai Saraceni da Ruggero I.>>. Sopra Caltavuturo il paesaggio cambia: alle spalle si lasciano le cime bene individuate delle Madonie, mentre si percorre, lungo tutta una cresta, l’orlo di un grande bacino coltivato a grano. Successivamente, <<girando il cocuzzolo di Serra Fichera e prendendo la direzione di est, l’orizzonte si allarga ad un tratto. Sulla sinistra Polizzi Generosa, m. 917, annidata sopra una lunga cresta che si dirama dal Monte S. Salvatore, m. 1910, uno dei maggiori delle Madonie, in una solitudine suggestiva.>>.

Oltrepassato il paese di Castellana <<alla svolta della Sella Boageri, si hanno di colpo di fronte le due Petralie. La bianca Petralia Soprana spicca nel cielo colle guglie dei suoi campanili…>>. Continuando per una discesa si arriva <<al ponte sul fiume di Petralia, [da dove] si risale con numerose svolte ai piedi di Petralia Sottana. I fabbricati del mulino, il cimitero coi cipressi e la massiccia chiesa col suo terrazzo a portici, formano una scena assai pittoresca. Petralia Sottana, m. 1000, è una cittadella progredita, centro di un movimento intellettuale […] dove il benessere è notevole.>>. Petralia Soprana, m. 1147, uno dei centri abitati più alti della Sicilia <<è un paese dalle viuzze oscure, d’aspetto feudale [le cui] donne hanno fama di grande bellezza.>>.
Dopo le due Petralie, tutto ad un tratto, con apparenza di vastità, posto su di un colle isolato, si presenta Gangi, m. 1011, con l’Etna alle spalle. Esso <<si direbbe quasi una grande città, mentre è un grosso ma povero luogo.>>. Dopo aver oltrepassato Gangi <<si percorre un’amenissima conca alberata di grande fertilità, con belle viste. Per lungo tratto si va lungo il fiumetto di Sperlinga. La strada è quasi incassata tra le due vicine bastionate parallele di bassi colli, senza vista ma di forme variate. Dopo aver percorso tortuosamente alcune piccole gole, pittoresche per rocce emergenti dal verde, si giunge davanti ad un più alto sperone, merlato dalle torri e dalle case di Sperlinga. Il povero paese, m. 750, conserva ancora il castello medioevale curioso e pittoresco, degno di visita per l’originalità. Sono ancora riconoscibili davanti all’entrata le tracce del ponte levatoio. Al di là della soglia, un arco su cui si legge il detto, che ricorda l’episodio dei Vespri che diede notorietà al paese [ed ancora] una scala scavata nella roccia conduce in cima al castello, da cui [si gode una] splendida vista sui monti.>>.
All’uscita del paese, sulla sinistra è possibile ammirare le <<pittoresche abitazioni scavate nelle rocce e, a destra, [una] bellissima vista sulla conca, al di là della quale è Nicosia, fiancheggiata da una nuda roccia con una torre [il cui aspetto] è uno dei più pittoreschi che si possano immaginare. Essa si

adagia, sui declivi di quattro eminenze rupestri, che da molte parti precipitano quasi a picco in valloncelli erbosi, di complicata disposizione. Imprimono particolare carattere i ruderi del castello medioevale, ergentesi su rocciosa altura, e la basilica di S. Maria Maggiore col suo alto campanile. Strane, anche perchè frammischiate a case ed opere moderne, le abitazioni trogloditiche, sparse qua e là, oppure a gruppi, a guisa di alveari, specialmente sul fianco di S. Maria. Sono d’epoca remotissima, ma di esse molte sono ancora occupate e ciò non contribuisce a spingere il popolo ad evolversi in abitudini meno antiquate.>>.
Subito dopo Nicosia <<s’incomincia un percorso dei più interessanti per il panorama continuamente variato. L’Etna compare e scompare di frequente, celata da qualche cima più vicina…>>. Dopo pochi chilometri in discesa si raggiunge il fiume di Cerami, per poi iniziare la salita verso il paese, sempre tra campi di grano e qualche albero sparso. <<La lunga salita a svolte, tagliata nel fianco erto della valle, è particolarmente bella. Cerami, m. 970, si presenta a cavaliere di un dosso terminato in alto dalle rocce del Timpone Calumeli, in forma di castello. Vi è, in alto del paese, qualche scarso avanzo del castello, tra cui un arco normanno, presso rocce sforacchiate dalle solite cavernette ad alveare.>>.
<<Dopo Cerami spicca, ad uno dei primi piani, Troina, sul mozzo culmine di un monte. La strada si fa più alpestre; nell’avvicinarsi a Troina la piccola città si delinea meglio, come una frangiatura delle rocce, dalle quali sorge e con le quali quasi si confonde. Troina, m. 1120, [si presenta] aggrappata sui ripidissimi fianchi di un emergente cocuzzolo roccioso, di cui si lambe la parte più bassa […] nel giro si scorgono viuzze di povere case, costruite così a ridosso della roccia viva, che molte hanno in questa scavata una parte delle camere. Quest’elevatissimo belvedere fu una delle prime conquiste normanne…>>.
Subito dopo aver visitato Troina <<si cammina vero l’Etna, che va divenendo man mano il motivo predominante del paesaggio. Dapprima è una discesa in un selvaggio vallone spoglio di ogni vegetazione, poi in terreno più aperto, fino a sprofondarsi al ponte sul fiume di Troina, m. 760. Questo tratto è particolarmente interessante. Per una serie di salite e contropendenze in terreni in parte argillosi, imbrigliati ai ponticelli della strada, si prosegue attraverso incolti verso Cesarò. L’Etna appare in tutta la sua maestà. Bellissimo è il paese nella lontananza con le sue rocce, dominante in una conca fertile [le cui] prime case si mostrano quasi nascoste fra le punte delle rocce vulcaniche che, con le loro guglie, sembrano rompere, squarciandoli, i dolci pendii da cui sporgono.>>. Da Cesarò si può proseguire <<fino ad internarsi in un fresco vastissimo bosco di giovani querce. La montagna è tutt’intorno coperta di boschi. Vi pascolano le mucche di color ferrigno della razza locale. Più in su la quercia cede il posto al faggio.>>.

Giungendo alle porte di Randazzo, interessanti si presentano <<le singole abitazioni di pastori, fatte di muri a secco, senz’altra apertura che la porta e coperte di tegole rosse, in tutto il resto completamente nere.>>. Randazzo, posta a m. 754, è <<fabbricata tutta in lava sulla riva destra del fiume Alcàntara, la città più vicina al cratere etneo, ma finora risparmiata dal vulcano, è un po’ la S. Gimignano della Sicilia, cioè una piccola città che, nonostante ammodernamenti e distruzioni, ha conservato aspetto medioevale.>>
La descrizione continua attraverso un paesaggio costituito da lave, castagneti, noccioleti e, soprattutto, vigneti, fino ad arrivare a Taormina, posta a m. 205. Essa <<è una caratteristica cittadella con impareggiabili attrattive, monumenti e resti architettonici sparsi nelle case, nelle chiesette, nei così detti palazzi che la rendono eccezionalmente interessante. I dintorni offrono alcune passeggiate pure ricche di panorami insuperabili e di curiosità di flora, di abitati, di costumi.>>. Quanto alla disposizione urbanistica, tale località <<si compone del lungo corso Umberto I, tagliata da vicoletti; due altre vie meno importanti gli sono parallele [mentre] l’aspetto generale conserva il carattere medioevale, con cinta murale, piccoli palazzotti feudali, attorno ai quali si rannicchiano umili tuguri.>>. Ma la descrizione panoramica più bella di questo viaggio che volge al termine rimane legata alla vista che si gode dall’alto della cavea del Teatro Greco: <<La vista che si gode dall’alto della cavea, e più ancora dalla terrazza che precede la casa del custode, è delle più meravigliose, specialmente al sorgere del sole e nelle ore del tramonto ed ha fama mondiale, per bellezza, estensione e per le inarrivabili colorazioni. Il suo carattere è, per così dire, unico al mondo, perchè buona parte dell’orizzonte si vede attraverso od al di là delle imponenti rovine del Teatro stesso e dall’alto del pianoro di Taormina. Così la marina azzurra di Giardini appare sprofondata dietro archi, colonne, muraglioni cupi e rosseggianti. La massa gigantesca dell’Etna si alza con linea poderosa nello sfondo. Movendosi di pochi passi, si abbraccia la costa a perdita di vista verso Sud e verso Nord fino alla Calabria. Le montagne all’interno si alzano con forme variate, alcune incombenti dappresso, come il singolare quasi minaccioso Monte Mola>>.

Le immagini sono tratte da: “Le Cento Città d’Italia”, Supplemento mensile illustrato del “Secolo”, diversi numeri, Milano, 1887-1892.

Fonte:Nicola Schillaci – lafrecciaverde.it

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